I fatti del G8 di Genova nel nuovo romanzo di Antonio Fusco

Conosciamo e amiamo il commissario Casabona, un poliziotto duro e cinico quando serve, empatico sempre e profondo, un poliziotto filosofo, potremmo dire. 
Ora il suo autore, Antonio Fusco, pubblica un nuovo romanzo - Quando volevamo fermare il mondo - ambientato vent’anni fa. Con coraggio e onestà intellettuale Fusco racconta dal punto di vista di un nuovo personaggio, l’ispettore Massimo Valeri, un capitolo doloroso e controverso della nostra storia, quello dei fatti di Genova durante il G8 del 2001.

Per preparare questo romanzo Fusco, che oltre a essere autore di romanzi di successo è un funzionario della Polizia di Stato, ha studiato tanto, esaminando documenti ufficiali, deposizioni, registrazioni radio: tutto quello che è raccontato nel libro è negli atti giudiziari. Si parla degli scontri, dei black bloc, della scuola Diaz e di Bolzaneto, senza reticenze, senza sconti per nessuno. 

Lo abbiamo incontrato e abbiamo chiesto a lui di parlarci di Valeri e di quanto successe a Genova vent’anni fa.

Massimo Valeri, detto l’indiano è un poliziotto che si trova a Napoli prima e a Genova poi in quei fatidici giorni di vent’anni fa. Ce ne vuole parlare?
L’ispettore Valeri è un tipo solitario, taciturno, appassionato di musica rock. I suoi colleghi lo chiamano l’Indiano per via dei tratti somatici ereditati dalla madre, una circense di origine sinti che lo abbandonò quando aveva due anni. Vive su una barca che un tempo apparteneva al padre adottivo e non ha legami se non quello con la sua moto, che gli fa riscoprire l’anima nomade. Ha un innato rispetto per la diversità e ama la libertà. È entrato in polizia per scappare dal suo paese dopo una grande delusione amorosa e il tradimento del suo miglior amico. Si è trovato bene e si è costruito un nuovo futuro finché i fatti di Genova non lo costringeranno fare i conti con il passato.

Casabona, Valeri: quanto c’è di Fusco in questi due personaggi? 
In entrambi inevitabilmente confluiscono parti di me e delle mie esperienze. L’Indiano ha una capacità spiccata, un modo di interpretare le tensioni sociali e i rapporti umani che sento molto vicino alla mia sensibilità. Io stesso ero a Genova, vent’anni fa e ricordo bene la tensione di quei giorni. 

Come è stato, da rappresentante delle forze dell’ordine, confrontarsi con una pagina così drammatica della nostra storia? 
Rivivere quei momenti, anche attraverso la rilettura delle carte processuali e dei documenti della Commissione d’inchiesta, mi ha consentito di avere una visione d’insieme che all’epoca non avevo. Il lavoro di ricostruzione storica e processuale ha fatto emergere in modo nitido i tanti errori che furono commessi e che portarono all’esito infausto che tutti conosciamo. Primo fra tutti: la difficoltà di comunicare, di conoscersi e di capirsi, per comprendere le differenze, che esistevano ed erano tante, tra le varie anime del movimento No Global che scese in piazza. 

Dopo Genova è cambiato qualcosa nella preparazione delle forze dell’ordine? 
Dopo i fatti di Genova, la Polizia di Stato ha dato corso a un processo di profonda revisione del suo modo di operare in situazioni di rischio per la tenuta dell’ordine pubblico, in modo particolare in occasione dei cosiddetti “grandi eventi”, cercando di fare tesoro di tutti gli errori commessi. Sono stati ripensati i modelli organizzativi dei contingenti dei reparti Mobili, il loro equipaggiamento, il posizionamento più defilato da tenere durante le manifestazioni e l’uso dei lacrimogeni. È stato definitivamente abbandonato ogni approccio di tipo militare, puntando sull’attività informativa e di prevenzione. Questo nuovo corso ha dato risultati immediati de evidenti. Secondo il “Rapporto Italia 2021” dell’Eurispes, sette italiani su 10 (il 69,2 %) esprimono apprezzamento e fiducia nella Polizia di Stato.    

Oltre a una appassionante e puntuale ricostruzione dei fatti di Napoli prima e di Genova poi, c’è una trama che lega Massimo al suo vecchio amico Pietro, compagno degli anni di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il tema dell’amicizia è centrale in questo romanzo: amicizia che si interrompe per una ferita insanabile, ma che invece potrà forse rinascere, dopo anni di lontananza.

L’amicizia è un legame per la vita nonostante tutto? Ci parli del rapporto tra Massimo e Pietro.
La storia del romanzo è ispirata a una storia vera e, proprio come nella vita, Pietro e Massimo, che hanno fatto un percorso di crescita comune, a un certo punto prendono strade diverse, seguono ciascuno il proprio sogno senza riuscire a perdonare l’altro e forse a perdonare sé stessi. Ma un legame resta, nonostante tutto, e quando arriverà la richiesta di aiuto di Pietro, l’Indiano non potrà non ascoltarla. 

Cosa è rimasto di quelle battaglie contro la globalizzazione. Un altro mondo è ancora possibile?
Questa è in un certo senso la domanda che pongo io ai lettori di questo mio nuovo romanzo. Non so se sarà possibile ma certo dobbiamo continuare a sperarci. È un diritto fondamentale di tutti noi quello di cercare di incidere nel cambiamento. Soprattutto i giovani devono continuare a crederlo fermamente, altrimenti sarebbe la fine della storia. 
 

Quando volevamo fermare il mondo

Antonio Fusco

Quando volevamo fermare il mondo

Giunti

Antonio Fusco

Quando volevamo fermare il mondo

Solitario, taciturno, appassionato di musica rock, Massimo Valeri è un ispettore di polizia, da tutti chiamato l’Indiano per via dei tratti somatici ereditati dalla madre, una circense di origine sinti che lo abbandonò quando aveva due anni. Vive su una barca che un tempo apparteneva al padre adottivo e non ha legami se non quello con la sua moto, che gli fa riscoprire l’anima nomade. Seduto al ta...
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